Verbi che finiscono con ire: ecco quali sono e che significano

verbi

Prima coniugazione in are, seconda in ere, e poi in verbi in ire, della terza coniugazione. Se il passato remoto viene poco usato e il congiuntivo manda in crisi qualcuno, almeno la forma dell’infinito è facile per tutti.

Per chi è madrelingua italiano la coniugazione dei verbi avviene, quasi sempre almeno, in modo spontaneo, eppure qualche dubbio nasce di tanto in tanto. Magari quando un amico straniero chiede qualche delucidazione grammaticale e, di colpo, tutto diventa complicato. Quali sono le forme irregolari? E perché un verbo si declina in un modo, e un altro con la medesima desinenza ha desinenze diverse?

Vediamo qualche regola generale per non essere più impreparati.

Verbi con ire, c’è anche dire?

Probabilmente il più usato fra i verbi che finiscono in ire è dire, sinonimo di parlare. E’ però è irregolare. Anzi, alcuni studiosi lo inseriscono nella seconda coniugazione, in quando derivante dal termine “dicere” latino

Quello che è certo, è che crea non pochi problemi agli stranieri che studiano l’italiano, che si ritrovano dover studiare l’imperfetto “dicevo” (e non in “ivo” come i verbi in ire regolari) o “detto” (invece del suffisso del participio in –ito). Seguono questo stesso schema i tanti verbi derivanti da dire, tutti della terza coniugazione: benedire, che vuol dire appunto “parlar bene”, e il suo contrario maledire. Ma anche  contraddire, cioè negare e contrastare, o indire, ovvero annunciare ufficialmente.

Verbi in ire, i più comuni

La terza coniugazione è quella numericamente più scarna, ma comprende comunque moltissimi verbi di uso quotidiano e – per fortuna degli studenti italiani e stranieri – tutti con forme regolari.

I più comuni sono aprire, dormire, partire, seguire, sentire, offrire, riempire. Tutti questi si declinano al presente aggiungendo il suffisso di ogni persona alla radice del verbo.

Poi ci sono molti verbi che invece inseriscono fra radice e desinenza un suffisso isc. Non sono considerati irregolari, semplicemente richiedono una aggiunta in più. Sicuramente li usate ogni giorno senza neppure ricordarvi che la vostra insegnante alle elementari vi aveva illustrato questa differenza. Un esempio palese è il verbo capire – comprendere con l’intelligenza –  che diventa io capisco / tu capisci / lui capisce, e non “io capo, tu capi, lui cape” come fanno i suoi colleghi della terza declinazione.  A riprova prendiamo dormire; il presente infatti diventa “io dormo, tu dormi, lui dorme” aggiungendo la desinenza direttamente alla radice del verbo.

Tra i verbi più comuni che aggiungono la desinenza isc troviamo anche finire, preferire, pulire, spedire, colpire, favorire. L’elenco sarebbe davvero lungo: da reagire a punire, da stupire ad arricchire.

Verbi in ire; gli irregolari

Come detto, non sono i verbi con isc a essere gli irregolari della terza declinazione, ma quelli che più risentono dell’influenza del latino. Abbiamo già citato “dire” come il più utilizzato, ma altrettanto lo è venire, che significa avvicinarsi, arrivare. Questo verbo spariglia tutte le regole con un presente che diventa “io vengo, tu vieni, lui viene”. Non da meno è salire (andare in alto) e morire (perdere la vita), che presenta un “io muoio”, simile a “io appaio” di apparire (mostrarsi).

Poi c’è udire, meno usato del sinonimo sentire, che abbandona la u iniziale per divenire “io odo”, come uscire (andare all’esterno), che di nuovo perde la prima lettera e si trasforma in “io esco”.